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copyright by ETNOS magazine - 2012
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PMP architects are working to the nomination of the monastery of Panagia Chozoviotissa in Amorgos to the list of monuments pending recognition as monuments of architectural and cultural significance of world heritage status.
On behalf of UNESCO the project was assigned to the architect Giovanni Perotti and his international research team .
The project will take approximately 3 years
Amorgos, quel monastero è un miracolo
(Scritto in lug 25, 2012 in Cicladi, Grecia, Storie da scoprire)
Un muro stretto, lungo, avvinghiato alla roccia di Amorgos, bianco di un bianco abbacinante, sospeso tra il cielo e il mare, a 300 m precisi dal cielo e dal mare. E ti domandi per quale miracolo resista lì, con le rocce che crollano per i movimenti della terra, e alla pioggia, nemico terribile per il legno di cui è fatto.
E’, il monastero della Panaghia Khozoviotissa, a 2 km dalla Chora, sul versante orientale dell’isola. Lo osservi, e non puoi non rimanerne stregato, ammirato, colpito per un qualcosa che ha tutto della trascendenza. “Un monumento costruito con la testa, il cuore e la volontà, fatto di pietra, legno, calce e acqua. Nient’altro”. Non riesci a credere alle affettuose parole di padre Tomàs, abate di Khozoviotissa, finché non te lo trovi davanti dopo una scalinata – dolce , “l’arduo cammino della virtù”- di 267 gradini: e allora ciò che ti sembra incredibile d’aver ascoltato è pura bellezza stupefacente davanti ai tuoi occhi, e ora questo luogo, grazie all’interesse di due architetti italiani, si candida a entrare tra i patrimoni tutelati dell’Unesco.
Il nome del monastero è quasi impronunciabile: Khozoviotissa. Leggenda vuole che un giorno giunse sulla costa di Amorgos una barca con alcuni monaci e l’icona della Madonna, una barca messa in mare da una nobile signora che temeva per la sua distruzione. Erano scappati da Khozova, in Palestina (vicino Gerico: c’erano importanti monasteri ortodossi in quell’area fin dagli inizi del Cristianesimo), durante quelle che è stata chiamata “la guerra delle icone” o “iconoclastia”, una delle tante follie dell’uomo in seguito alla quale si pensò bene che la venerazione delle icone sfociasse nell’idolatria per cui si decise, nell’impero bizantino, di distruggerne un buon numero. Insomma: la barca si fermò proprio lì sotto, sulla spiaggia di Agia Anna (perché, si dice, quel tratto di costa di Amorgos ai monaci parve riprodurre il profilo della terra che avevano appena lasciato). Si costruì la piccola chiesa, in tutto e per tutto simile al monastero di Khozova, e alcune celle, quelle poste più in alto. Siamo nella prima metà del nono secolo. Altri dicono invece che l’icona provenisse da Cipro: spezzata in due, fu miracolosamente trasportata dalle correnti del mare fino ai piedi della scogliera di Amorgos e riparata e riunita dai monaci. Comunque sia (per i curiosi: a prevalere è la prima leggenda…), da allora è considerata miracolosa, tanto che ad agosto per pregare sull’icona arrivano anche 6-700 persone al giorno. Di certo c’è che a volere il monastero così com’è fu, nel 1088, l’imperatore bizantino Alessio I Comeno e questo luogo fu da subito importante: ai monaci vennero concessi notevoli diritti, come a quelli di Patmos (e difatti l’abate di Patmos fino al 1619 era scelto tra i monaci di Amorgos e viceversa). Diritti, ricchezza, certo però non “comodità”: le celle sono grotte, la chiesa e il cimitero hanno rubato spazio alla roccia spaccata.
Il monastero, davvero, è benedetto: altrimenti, non si spiegherebbe da chi o da cosa potrebbe esser protetto dalle rocce che si staccano dalla parete a picco sul mare prima di tuffarsi nel profondo blu (ed è capitato più di una volta nella sua storia: per fortuna, mai nessun morto. Ecco un altro miracolo!). Si racconta che una roccia caduta abbia rivelato una delle due celle nascoste che si supponeva nascondesse il tesoro: pare che ci sia stata moltissima delusione quando è stata trovata vuota!
Il lungo dominio veneziano (1296-1537) ha poi lasciato traccia, ad esempio negli archi a sesto acuto della porta d’accesso e in alcune parti interne del monastero. Quindi, anche durante l’occupazione turca (dal 1537 al 1824) il monastero continuò a prosperare: la sua fama, la sua importanza gli permettevano di “raccogliere” un gran numero di reliquie accanto a manoscritti, libri, oggetti liturgici. Una libertà religiosa derivata pure dall’immenso patrimonio immobiliare su Amorgos e su molte altre isole (a Creta, Leros, Kalymnos, Samos, Astypalea, Naxos, Paros, Ios, Anafi e Santorini), che garantiva al monastero un reddito consistente. Addirittura, il monastero possedeva isole intere.
Tanta potenza per un piccolo luogo: 40 metri di lunghezza e solo 5 di larghezza. Otto piani con forti dislivelli, un centinaio di stanze, scale strettissime rubate alla roccia, un labirinto di archi bizantini (quelli semicircolari) e veneziani (a sesto acuto). Tutto unito da pietra, calce e legno di ginepro, estremamente resistente (fino all’incendio del secolo scorso era il legno con cui erano costruite anche le case di Amorgos). E poi cucine, celle, cortili, il refettorio, forni, magazzini, il granaio, le dispense dove veniva preparata la pasta per il pane, la legnaia per i forni, i torchi, il frantoio, le cantine con le enormi giare per vino e olio, le fosse per la calce, cisterne e pozzi. Oggi solo il refettorio con il suo vecchio soffitto di ginepro è ancora utilizzato per la festa della Presentazione di Maria, il 21 novembre, quando la gente di Amorgos cena tutt’assieme attorno al vecchio tavolo.
Khozoviotissa è una struttura delicata, ve ne accorgerete, che necessita di manutenzione continua. Mentre il denaro necessario arriva dalle donazioni dei fedeli, ogni restauro o ritocco viene supervisionato e concordato con gli esperti della Sovrintendenza del Dodecaneso delle antichità bizantine.
Si entra, e si sale per una scala stretta stretta, camminando quasi di sbiego perché alla destra vedi e senti la roccia viva. E si arriva così al quarto piano. Il cuore di tutto però è la chiesa, minuscola, un rettangolo: in fondo, sulla destra, vicino alla porta che dà sul terrazzino, in una vetrina con un bella cornice di legno, la piccola icona della Madonna. C’è un unico periodo dell’anno in cui non la vedrete lì appesa, ed è a Pasqua, quando nella Settimana santa viene portata in processione di villaggio in villaggio. Appena entrati, tra le candele e altre preziosissime icone, se alzate lo sguardo vedrete, su una tavola di legno, appese delle lampade d’argento. Una più di tutte colpisce, è la più grande, la più bella, lavorata in puro argento: è turca, dono, appunto, di un equipaggio turco che si era salvato da una tempesta. Nonostante fossero mussulmani, i marinai avevano voluto ringraziare la Madonna per il pericolo scampato.
La leggenda dice che quando si iniziò a costruire questo monastero, ogni notte collassava. Di giorno si costruiva, di notte crollava. E il giorno dopo lo si costruiva un po’ più in alto. Niente da fare, continuava di notte a crollare. Finché il capomastro pregò la Madonna di indicargli il punto esatto dove dovessero iniziare i lavori. Il giorno dopo, apparve un chiodo di ferro nella roccia, in una parte inaccessibile della scogliera sopra il piccolo campanile (c’è un chiodo nella prima campana: sarà quello?). Il chiodo improvvisamente cadde nel cortile nel monastero nel 1952 quando lo Stato espropriò il monastero dei suoi beni e le terre vennero distribuite ai contadini. La gente vide in quel chiodo caduto un segno di disapprovazione da parte della Madonna e molti allora le restituirono. Il Pinguino ha letto su più guide che in una vetrina sulla sinistra, tra le sacre reliquie, c’è ancora lo scalpello del capocantiere: purtroppo, il Pinguino non lo sapeva e non ci ha fatto caso. Buttateci voi l’occhio, e… poi scriveteci! Magari ci risolvete anche il giallo del chiodo della campana!
E poi, il terrazzino: è uno spettacolo. La bandiera con l’aquila di Costantinopoli, le tre campane, croci bianche dipinte sulla roccia, tutto il peso della scogliera dietro e sopra di voi e davanti solo il profondo blu del mare e la leggerezza dell’infinito. E l’isolotto di Viòkastro. Emozionante, struggente. Infine, mentre il custode vi offrirà un po’ di acqua e qualche dolcetto (e forse anche il rakomelo), andate a visitare il piccolo museo: sigilli, manoscritti, paramenti, croci, acquasantiere.
Anche nei tempi più bui (l’occupazione turca, la guerra per l’indipendenza della Grecia), Khozoviotissa ha contribuito alla vita culturale dell’isola: nel 1829 sono stati i monaci a volere il liceo a Chora. La prima scuola della Grecia indipendente rivendicano con orgoglio gli abitanti dell’isola. E i salari dei maestri li pagavano i monaci, con i beni del monastero.
Oggi, nonostante i monaci siano solo tre, la vita culturale e lo stesso futuro turistico di Amorgos sono di nuovo legati al suo monastero. Perché non è cosa da poco finire nella lista dei patrimoni mondiali dell’Unesco, può davvero costituire un volano per l’economia turistica della piccola isola. Ma l’Unesco, naturalmente non regala nulla. Ci sono dei requisiti da rispettare, a iniziare dall’autenticità e integrità del monumento: non ci devono essere stati dei restauri che l’abbiano stravolto. Va quindi prodotto uno studio, sia pure sintetico, per far comprendere l’importanza del sito; verificare se siti simili sono già stati inseriti e compararli; essere certi che il sito sia adeguatamente protetto dal governo. E deve quindi essere chiaro come si intende proteggerlo, verificare l’esistenza di un piano finanziario per conservarlo, sapere chi se ne occuperà. “Ci sono tanti gradini da salire con l’Unesco, tanti quanti quelli del monastero, ma siamo oltre al cancello”, dice al Pinguino Giorgio Martino (nella foto), uno dei due architetti italiani che si sono lanciati in quest’avventura. “Al 99% Khozoviotissa entrerà nel patrimonio dell’Unesco, serviranno però almeno due, tre anni. E sarà il diciottesimo sito Unesco per la Grecia” aggiunge.
Attenzione: il monastero è un luogo sacro, e l’abbigliamento deve essere consono. Quindi niente pantaloni corti per tutti, niente minigonne e niente pantaloni per le donne (appena entrati, troverete comunque dei grandi pareo, ma sono pochi: in alta stagione rischiate di farvi la lunga scalinata per nulla! Portatevelo dietro o vestitevi già come richiesto). Orario: ogni giorno dalle 8 alle 13 e dalle 17 alle 19. Vendono libri e dvd sul monastero, a 10 euro. Denaro utile alla manutenzione di questo tesoro. Pensateci.
di Donatella Tretjak
Il Pinguino Viaggiatore - Viaggi, avventure, idee, proposte. Il Pinguino, giornalista con una passione per i viaggi, racconta le sue esperienze, e con il Pinguino lo fanno alcuni suoi amici. Tutto vissuto direttamente, tutto verificato di persona.
Amorgos, il sorriso di sorella Irini
(Scritto in lug 25, 2012 in Cicladi, Grecia, Storie da scoprire)
Ad Amorgos, c’è un luogo del cuore del Pinguino, a circa 5 km dalla Chora, in direzione sud: è il piccolo monastero di Agios Georgios Valsamitis. Il nome, da cui deriva il nostro aggettivo balsamico, deriva da varsamos, la menta. Ci si arriva attraverso una stradina asfaltata ed è aperto dalle 9 alle 13 e dalle 17 alle 19.
La leggenda dice che, tra le piantine di menta, venne trovata l’icona di San Giorgio cui venne dedicata la chiesa. E che, ancor prima, dei lebbrosi scappati da una nave di pirati, trovarono rifugio qua dove c’era, tra la menta, una sorgente. Dopo un po’ di tempo, la lebbra scomparve. La chiesa è del 16esimo secolo, costruita su una ancora più vecchia, del nono secolo. Chiuso per molti anni, oggi ci vive, da sola, sorella Irini (nella foto) che l’ha riparato, con i suoi soldi. Ha restaurato affreschi e icone, che peraltro dipinge e vende nel mini-negozietto a fianco della chiesa. Così come dipinge e disegna i ciottoli: acquistarne uno, un’icona , o lasciare un’offerta è un obbligo morale verso questa donna che sogna di poter ridare vita al monastero ospitando altre sorelle (anche se, dice, lo spazio è poco, ci sono solo altre due camere….).
In passato quest’area era dedicata ad Apollo: era una grotta, in realtà, sede di un oracolo, il terzo oracolo della Grecia, esattamente come a Delfi o in Epiro. Nell’antica Grecia venivano da tutte le isole a farsi predire il futuro. L’acqua arriva dai monti vicini, e difatti, appena entrati, davanti a noi si apre un arco: dentro, incanalata nella roccia, c’è la sorgente che si diceva benedetta sia perché si pensava che guarisse sia perché in grado di leggere il futuro. Uomini e donne prima del matrimonio venivano qui, così come i marinai prima di un lungo viaggio. L’acqua infine scorre dentro una ciotola, un bacino di marmo, che fino al secolo scorso (quando “funzionava” ancora come oracolo) veniva tenuto pulito con una spugna in modo che nulla, nessun corpo estraneo, ci cadesse dentro. Poi si riempiva un bicchiere e lo si esaminava ai raggi del sole con un microscopio. I monaci seguivano delle regole tramandate oralmente per “leggere” il destino: se l’acqua era chiara ma con molte macchioline bianche, voleva dire salute e successo ma con parecchie difficoltà; se le macchioline erano nere, guai in vista; se l’acqua era polverosa, meglio non fare nulla. Spesso si trovavano dei capelli: ahia, significava cure, problemi di salute, perdita di denaro. Se poi la ciotola a Pasqua era piena di acqua, sarebbe stata una buona annata per i contadini, altrimenti siccità. Oggi, come detto, questa pratiche sono state soppresse ma l’ultimo miracolo del monastero si dice sia avvenuto negli anni Sessanta, quando un marinaio sognò San Giorgio che lo avvisava di un buco nello scafo. Era vero. Oggi l’icona del santo è nel monastero di Khozoviotissa.
E poi icone, affreschi, stucchi a incorniciare gli archi con le foglie di palma. Fuori, cespugli di basilico, le rovine dell’unico mulino ad acqua dell’isola. E gatti. Se il Pinguino ha capito bene, l’ultima monaca è stata sepolta qui nel 1767, poi più nulla, fino a tre anni fa quando è arrivata a rendere ancora più meraviglioso questo posto, sorella Irini.
Ancora oggi il Pinguino pensa ai suoi occhi sereni e limpidi come la sorgente da cui sgorga l’acqua. E la “invidia”.
di Donatella Tretjak
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Concha Pelayo - Zamora
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